Corriere della Sera
14 gennaio 2017
Luca Molinari

 

Cattedrali di cemento, ferro, vetro che invadono il cielo con le loro forme nervose e inusitate. Non si tratta del film Metropolis ma piuttosto dei disegni per «La Città Nuova» che Antonio Sant’Elia (celebrato nei mesi scorsi alla Triennale di Milano e in questi giorni in una mostra nella sua Como) lancia nel 1914 sulla scena milanese con un effetto deflagrante. Sono immagini che emergono dal nulla e che non produssero apparentemente alcuna opera costruita, ma ebbero un effetto virale sulla cultura visiva architettonica che durò per tutto il secolo scorso. A differenza di tanti rendering neorealisti e molto noiosi, fatti per convincere il miliardario o l’autocrate di turno, che vediamo con preoccupante frequenza sulle riviste contemporanee, il ‘900 è stato un periodo eccitante dal punto di vista della sperimentazione per la necessità di dare forma a un’idea di futuro che premeva in ogni ambito della società. (...) Non si trattava di virtuosismi grafici ma di statuti teorici, capaci di colmare la distanza tra realtà e utopia, rappresentando una ricerca necessaria sulla forma della città. L’esercizio della visione diventa quello spazio libero che ogni autore dovrebbe difendere per liberarsi dalla tirannia della «funzione pratica» e spingere l’asticella delle proprie ambizioni e limiti, offrendo generosamente alla comunità un prodotto capace di fare discutere. Ma oggi che ogni desiderio sembra realizzabile in tempo reale, quale spazio offrire al pensiero visionario? (...)

 

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