Corriere della Sera 
26 settembre 2015
Luca Bergamin

 

«Se fino ad alcuni anni fa la Cina prediligeva un’architettura più spregiudicata, nella quale gli americani, gli olandesi sono più portati di noi, adesso invece prevale un’attenzione maggiore alle esigenze degli abitanti e alle preesistenze. Si sceglie di recuperare, dialogare con quel che c’era prima. Questo non esclude elementi di rottura col tessuto urbano passato, ma in ogni caso è una discontinuità architettonica più premurosa: in questo noi italiani siamo i più bravi. Il caso di Shanghai lo dimostra: stiamo contribuendo a cambiare il volto della megalopoli cinese». Stefano Boeri ha aperto uno studio nella metropoli da 25 milioni di abitanti, dove si reca assai di frequente per assistere ai progressi, rapidissimi (nella primavera del 2016 ci sarà il taglio del nastro), del cantiere della ex Borsa che è un po’ l’edificio mannequin di questo lifting architettonico made in Italy di Shanghai. Anche perché diventerà un centro interculturale per gli scambi commerciali e di creatività tra Italia e Cina. 

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