Corriere del Veneto
7 aprile 2015
Alessio Corazza

 

«La legislatura è iniziata con una piena, che ha fatto prendere coscienza a tutti di una situazione trascurata nei 45 anni precedenti». Il professor Luigi D’Alpaos ha avuto il compito di mettere nero su bianco quello che il Veneto deve fare per non finire più sott’acqua, come capitato nel novembre 2010 e poi altre volte, negli anni successivi. Un piano che, per sua stessa ammissione, ha un orizzonte non di cinque anni - il tempo che un governatore resta in carica - ma di cinque decenni. Sarebbe quindi scorretto giudicare quanto fatto sul tema del dissesto idrogeologico chiedendosi se la ferita della grande alluvione sia stata completamente rimarginata.

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Siamo distanti anni luce da quanto andrebbe fatto, per esempio una legge a consumo zero», secondo Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto. Eppure, forse, qualcosa sta cambiando. Lo scorso dicembre è stato siglato un «patto» per rigenerare le città venete, che vede tra i firmatari associazioni di categoria (industriali, sindacati, costruttori), professionisti (architetti, ingegneri, agronomi, geometri, urbanisti), mondo accademico, la stessa Legambiente e il consiglio regionale. Si va creando una lobby «bianca», trasversale, che vede nelle aree urbane un laboratorio per sperimentare nuove forme di pianificazione.

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«Natura e spazi comuni, società pubblico-private per rifare i capannoni»

Guendalina Salimei: «Molto si può distruggere, ma molto va riconvertito. Penso a quanto fatto da Benetton in Veneto, ma anche dalla Olivetti in Piemonte. Industrie, fabbricati, capannoni, anche attualmente in uso, possono diventare centri di formazione o fulcro di attività pubbliche. C’è l’esempio fantastico della valle della Ruhr, in Germania. Siti inquinati, grandi acciaierie, luoghi inquietanti, miniere di carbone: loro li hanno ripensati come strutture del tempo libero. Le acciaierie si scalano, in altre ci mettono le aree dello sport.

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