L'architettura classica è mortaIl maestro giapponese ha inventato il più alto edificio di Milano e la nuova stazione di Bologna: salvo solo Zaha Hadid e Libeskind
Testata:
Corriere della Sera
Data:
07-12-2008
Autore:
Stefano Bucci
Vestito rigorosamente di nero (l'abito potrebbe essere firmato da Yohji Yamamoto ma la domanda sembra troppo banale per un maestro dell'architettura). Gli occhi come due fessure. I capelli bianchi raccolti in una piccola coda di cavallo che, quando esce per una breve passeggiata al freddo delle vie di Bologna, nasconde sotto un pesante colbacco di pelliccia tipo-astrakan. Impassibile come un monaco zen. Questa l'apparenza di Arata Isozaki, uno delle celebrities dell'architettura moderna, un'archistar (insomma), forse la più enigmatica e tra le meno «sovraesposte ». Un maestro, appunto: qualifica che l'architetto giapponese (nato nel 1931 nel distretto di Oita, seguace di Le Corbusier, collaboratore di Kenzo Tange) apprezza molto. Ma quello stesso maestro che ad un primo impatto mostra davvero ben poco di sé, una volta seduto nel salotto di un grande albergo che ben poco si adatta al suo rigore, finisce per rivelare poi entusiasmi quasi infantili. Come quando dimostra la sua (recentissima) passione per il molto milanese «marocchino» (cappuccino in piccolo con aggiunta di cacao); come quando taglia l'aria con le mani raccontando i suoi progetti più recenti; come quando ride rumorosamente.
(...) Il serafico Isozaki non si limita a raccontare il suo nuovo progetto. Propone anche, forse inaspettatamente, qualche motivo di riflessione polemica: «Quando si pensa agli architetti stranieri che lavorano in Italia, si sente spesso parlare di progetti "calati d'alto". Non è certo il mio caso. Per Bologna, città che è quasi un salotto, dove il "dentro" e il "fuori" quasi non si distinguono, ho immaginato una nuova stazione che si sviluppasse in orizzontale ed è stato proprio questa "orizzontalità" la carta vincente del mio progetto. Per Milano, città dei grattacieli per eccellenza, ho invece pensato di svilupparmi verso l'alto». A proposito di archistar chiarisce: «Non mi piace come definizione, piuttosto penso che una certa spettacolarizzazione della figura dell'architetto sia il frutto di quella evoluzione generazionale che ha catapultato il progettista al centro dell'attenzione mediatica». Drastico il giudizio sullo stato attuale dell'architettura: «Ci siamo ormai allontananti dall'idea più classica, quella della tradizione». In che senso? «A partire dal 1985, potrei dire dalla Biennale di Venezia di quell'anno, si è cominciato a costruire tutto al computer. Così i giovani architetti non disegnano più, creano bellissime archisculture che nella maggior parte dei casi sono destinate a rimanere tali solo nell'immaginazione, senza diventare realtà». L'architettura è morta? «I giovani oggi vogliono occuparsi soprattutto di design, hanno perso quell'idea di progetto classico, alla Brunelleschi che non a caso costruiva i propri edifici guardando alla classicità e direttamente sul cantiere». (...) |
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