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Il ruolo di Zevi: critico scomodo e (dunque) «santificato»

 

Il ricordo a dieci anni dalla scomparsa

Testata:
Il Sole 24Ore Progetti e Concorsi
 
Data:
08-03-2010
 
Autore:
Luigi Prestinenza Puglisi
 
 
Dieci anni fa, nel gennaio del 2000, scompariva Bruno Zevi, il più importante critico d'architettura italiano del dopoguerra. Ma anche il più controverso, se non altro a giudicare dal fatto che le sue prese di posizione, intrise come erano di giudizi di valore, raramente passavano inosservate e scatenavano spesso delle bufere all'interno del pigro e conformista panorama nazionale. Celebri furono i suoi strali contro il post-modernismo e Aldo Rossi, che negli anni Ottanta era considerato il più importante architetto italiano. La passione per il decostruttivismo letto come un momento di rinascita e di riscatto. La predilezione per il disordine medioevale contro l'ordine classicista imposto e pianificato dall'alto. Gli attacchi al monumentalismo e alla retorica soprattutto se camuffati dietro un linguaggio moderno. Il disprezzo per Marcello Piacentini e poi per il suo ex allievo Paolo Portoghesi. La critica alla simmetria e agli schemi statici visti come il prodotto di involuzione mentale, schizofrenia psicologica e autoritarismo politico. La passione per l'architettura organica e il suo più grande interprete: Frank Ll. Wright. Nonostante un carattere difficile e intransigente, che soprattutto negli ultimi anni evitava qualsiasi accomodamento, Zevi esercitava un'autorità immensa, riconosciutagli anche dai più accaniti avversari. (...)
 
 
 
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