Dieci anni fa, nel gennaio del
2000, scompariva Bruno Zevi, il più importante critico d'architettura italiano
del dopoguerra. Ma anche il più controverso, se non altro a giudicare dal fatto
che le sue prese di posizione, intrise come erano di giudizi di valore,
raramente passavano inosservate e scatenavano spesso delle bufere all'interno
del pigro e conformista panorama nazionale. Celebri furono i suoi strali contro
il post-modernismo e Aldo Rossi, che negli anni Ottanta era considerato il più
importante architetto italiano. La passione per il decostruttivismo letto come
un momento di rinascita e di riscatto. La predilezione per il disordine
medioevale contro l'ordine classicista imposto e pianificato dall'alto. Gli
attacchi al monumentalismo e alla retorica soprattutto se camuffati dietro un
linguaggio moderno. Il disprezzo per Marcello Piacentini e poi per il suo ex
allievo Paolo Portoghesi. La critica alla simmetria e agli schemi statici visti
come il prodotto di involuzione mentale, schizofrenia psicologica e
autoritarismo politico. La passione per l'architettura organica e il suo più
grande interprete: Frank Ll. Wright. Nonostante un carattere difficile e
intransigente, che soprattutto negli ultimi anni evitava qualsiasi
accomodamento, Zevi esercitava un'autorità immensa, riconosciutagli anche dai
più accaniti avversari. (...)