Il rischio peggiore è
incappare in una risposta come quella, piccata, data a suo tempo da Zaha Hadid,
prima donna a vincere il Pritzker nel 2004: «Sono un architetto, non una
donna». La domanda su integrazione e razzismo arriva inevitabile per David
Adjaye: designer emergente della scena inglese («sulla via di diventare
un'archistar» ha sentenziato il «Daily Telegraph »), nato in Tanzania nel 1966
da una famiglia di diplomatici del Ghana e quindi inequivocabilmente «dark». Anche
perché proprio Adjaye è stato scelto come leader del gruppo (che comprende anche
Freelon, Davis Brody Bond, Smith) che realizzerà il National Museum of African
History and Culture sul Mall di Washington: un progetto fortemente sostenuto
dal presidente Obama (inizio lavori nel 2012, inaugurazione nel 2015), una
realtà già molto attiva che, poco tempo fa, ha dato vita ad una «due giorni»
sul Black Power. Proprio di questi giorni è, tra l'altro, l'annuncio di un
recupero dell'intera area del Mall («con il lunghissimo prato centrale, spelacchiato
e fangoso appena piove») che ruoterà intorno all'Hirshorn Museum per il quale
Diller Scofidio & Renfro hanno pensato ad un pallone blu da gonfiare due
volte all'anno trasformando «un edificio sinistro » in un'attrazione pop e luminosa.
(...)
Nel palmarès di David Adjaye ci sono il
celebratissimo e premiatissimo centro d'arte di Rivington Place a Londra («ho
voluto annullare ogni differenza tra culture»), il Museo d'arte contemporanea
di Denver («una vera cittadella »), l'Idea Store a Whitechapel (nuovo polo
londinese del lusso), lo Stephen Lawrence Centre di Lewisham, il Bernie Grant
Centre di Tottenham: tutti progetti segnati da un minimalismo alla David
Chipperfield (di cui è stato allievo) ma anche dalle suggestioni della sua Africa:
le maschere della Sierra Leone come i bronzi del Benin declinati con il
cubismo, l'espressionismo o con uno Square
painting di Joseph Albers. Grande comunicatore (è tra gli architetti più
presenti nei programmi tv, a cominciare dalla BBC) Adjaye è una star mediatica:
perché, certo, ha disegnato il Nobel Peace Center di Oslo ma anche (o forse
soprattutto almeno per giornali e tv) la casa dello stilista Alexander Mc
Queen, dell'attore Ewan McGregor, di artisti star come Jake Chapman (dei
famigerati Chapman Brothers, quelli degli Inferni fatti con i soldatini), Tim
Noble o Sue Webster. (...)