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Ricciotti, archistar noglobal: «Fate lavorare gli italiani»

 

L'accusa: stop all'imperialismo Usa, tuteliamo il territorio

Testata:
Corriere della Sera
 
Data:
29-05-2009
 
Autore:
Pierluigi Panza
 
 
Sguardo fiero e seduttivo, lunghi capelli, talvolta un sigaro che gli pende tra le labbra: Rudy Ricciotti sembra ed è un Che Guevara dell'architettura. Nato ad Algeri, residente a Bandol, un piccolo paese a tre ore di Tgv da Parigi, disdegna, un po' come il filosofo Michel Onfray, il palcoscenico della capitale. Perché è certo - e ha cercato di dimostrarlo con architetture come lo Stadio del Rock a Vitrolles, la filarmonica di Potsdam e il Museo di Marsiglia - che oggi si possa «fare cultura partendo dai luoghi che non riflettono l'imperialismo internazionale come Parigi, Londra, New York».
Progettista, con il gruppo italiano 5+1, del nuovo Palazzo del Cinema di Venezia - sulla cui costruzione sono sorte incomprensioni con l'impresa costruttrice e la direzione dei lavori - Ricciotti è un antiglobal dell'architettura: «Basta con l'imperialismo Usa e con la globalità politicamente corretta! Bisogna far capire che noi abbiamo ancora dei corpi, che il corpo pulsa, che la bellezza è ancora viva intorno a noi, soprattutto in Italia, e va tutelata».
La critica di Ricciotti investe la globalizzazione ma anche quella sinistra che non ha saputo difendere i suoi valori fondativi: «La globalizzazione non ha un vero progetto intellettuale. Oggi dobbiamo ritornare ai valori della contestualità, dobbiamo ascoltare i luoghi, ascoltare abitanti e memorie». E questo soprattutto in Italia. «Sono sorpreso - racconta Ricciotti - che in Italia stiano lavorando quasi esclusivamente architetti stranieri. Sembra che a Milano, la città di Gio Ponti, nessuno sia più in grado di costruire in cemento armato. È assurdo, è un razzismo al contrario! Consegnare l'Italia a una estetica internazionale è una forma di 'sottosviluppo' intellettuale: forse a Times Square un progetto di Frank Gehry può trasmettere senso di energia, e in Germania un edificio hi-tech senso di tecnologia; ma in Italia ci vogliono grattacieli che parlino dell'uomo, come quello di Ponti. Se oggi si rifiuta un vero dibattito sull'identità urbana, però, è anche colpa del tardo-marxismo contemporaneo, che pensa di associarsi frettolosamente alla globalizzazione».

 
 
 
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