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Le grandi opere a Milano sono di architetti apolidi

 
Testata:
Italia Oggi
 
Data:
30-05-2009
 
Autore:
Pierluigi Magnaschi
 
 
Rudy Ricciotti, progettista, con il Gruppo italiano 5+1, del nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, ha gettato il sasso nella piccionaia. Ricciotti se la prende con la moda provinciale di premiare quasi solo, nei concorsi, i progetti degli architetti stranieri che hanno pronte le stesse opere per tutti i paesi del mondo e si comportano come i cuochi della nouvelle cuisine che hanno distrutto le cucine nazionali, mandando al creatore anche piatti sublimi. Ricciotti infatti dice: «Sono sorpreso che in Italia stiano lavorando quasi esclusivamente architetti stranieri. Sembra che a Milano, la città di Gio Ponti e del Pirellone, nessuno sia più in grado di costruire in cemento armato. È assurdo. È un razzismo all'incontrario. Consegnare l'Italia a un'estetica internazionale è una forma di sottosviluppo intellettuale». La mondializzazione, in architettura, è un non senso. Anzi, è una violenza culturale. I grandi architetti internazionali producono opere che, se non vincono un concorso a Manila, si possono costruire a Borgomanero. Sono edifici frullato misto, senza radici. Il Pirellone di Gio Ponti, invece, era un'opera italiana sublime, calata nel suo contesto perché espressione della nostra cultura, frutto di un genio che aveva costruito la sua sensibilità estetica girando per le nostre strade. Per non parlare della Torre Velasca, sempre a Milano. Un grattacielo che incorpora l'idea stessa della torre medioevale.
(...)

 
 
 

 

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